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Rompiballe

Perchè l’editoria italiana sta schiattando…

…e il rumore che sentite sono i chiodi che vengono piantati sulla bara.

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Giusto qualche giorno fa è scattata una feroce polemica contro il Corriere della Sera, per via dell’articolo sui giovani che avevano rifiutato i posti di lavoro all’expo, salvo poi scoprire che la situazione era stata gestita in maniera dilettantesca e il Corriere ci aveva ricavato su un articolo approssimativo per fare “rumore”.  Il secolo XIX lo ha definito una “mezza bufala”, parole loro.

E’ un grave segnale quando uno dei più importanti quotidiani nazionali pubblica una mezza bufala.

Ma gli errori si possono fare, siamo tutti umani no ? L’importante è non ripeterli.

Arriviamo ad oggi, 26 aprile 2015, vedo per caso su questo articolo nella mia bacheca facebook.

https://www.primaonline.it/2015/04/24/201653/tutti-i-flop-digitali-di-rcs-nellintervento-di-domenico-affinito-dal-social-network-per-kids-twigis-alle-commerce-made-com-dal-serach-semantico-youdeal-a-youreporter-che-ha-dimezzato-gli-utent/

Interessante, è un giornalista di RCS (Domenico Affinito) che fa una sorta di analisi acritica degli insuccessi del gruppo, elencando tutti  i “flop”.

Il pezzo iniziale è ben scritto, cito:

«Negli ultimi sei anni il settore editoriale ha conosciuto un dimezzamento dei ricavi dovuto alla discesa verticale della pubblicità e alla rivoluzione digitale. Io però rifuggo dalla posizione di chi dice che il mondo del giornalismo sia in estinzione, anzi ci troviamo in una fase evolutiva. La sfida che dobbiamo affrontare è quella di un’editoria di qualità che non può prescindere da un giornalismo di qualità. Il giornalista di qualità è una risorsa, Questa è una sfida difficile in un quadro economico drammatico in cui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità

I grassetti sono miei. Dunque per uscire dalla crisi dei media ci vuole maggior qualità. Ok, è vero, bisogna essere più simili al Guardian o al New York Times, dopotutto lo spazio visivo sul web è infinito e non credo che manchino le persone in grado di scrivere argomenti approfonditi e avvincenti. Voglio dire, mica saranno tutti stagisti nelle redazioni…

Poi elenca i vari flop, senza evidenziare “perchè” sono stati dei flop.

Sono stati dei flop, perchè non erano legati “unique value proposition” del Corriere che è “fare informazione“. Da un punto di vista del marketing è come dire che ho un ristorante che va malino e invece che migliorare nella qualità dei piatti e del servizio, apro dei chioschetti  in cui vendo attrezzi per il bricolage, pappagalli norvegesi blu da compagnia e monocicli.

Insomma un suicidio commerciale annunciato.

E infatti RCS…

Certo, il digitale è il futuro, ma la strategia industriale messa in capo fino ad oggi da Rcs non ha pagato: anzi, si è riusciti perfino a chiudere l’unica Redazione contenuti digitali del gruppo, dove io ho lavorato per anni, per approvvigionarsi all’esterno con costi maggiori, in totale, e risultati inferiori.

 

Lungimirante RCS, nel tentativo di soddisfare creditori e azionisti, ha continuato a tagliare.

Bisogna cambiare rotta. E per farlo è necessario valorizzare le professionalità interne che abbiamo. Ci vuole più sinergia, anche nelle scelte strategiche.

Ben detto! E se posso aggiungere, dovreste anche dare retta a elementi più giovani che sono magari più “allineati” con l’audience più giovane che nella maggior parte dei casi considera i media tradizionali come “roba da vecchi”. (quando va bene).

Ma Affinito ha delle visioni davvero interessanti:

Mitbestimmung
Significa cogestione: è uno dei motori della locomotiva tedesca. […]
È un modello che funziona perché coinvolge nel processo decisionale tutti gli stakeholder. In Rcs, invece, in questi anni si è tenuto conto solo degli interessi di azionisti e creditori. E i dipendenti non sono stati coinvolti nei piani industriali e nelle linee di sviluppo che, come abbiamo visto, non hanno portato risultati accettabili. […]. E questo non è piu’ accettabile. Vi assicuro, invece, che qualche idea per riportare l’azienda in utile l’abbiamo anche noi.

Ottimo proposito, anche se per esperienza personale, queste modalità decisionali vanno regolarizzate in maniera ferrea, altrimenti “la democrazia” si inceppa, perchè ognuno vuole dire la sua e pensa di avere ragione. E tempo che si è raggiunta una conclusione a maggioranza… il paziente è morto.

Vuoi veder che c’e’ finalmente un giornalista che parla in toni non corporativi e con un reale interesse a far progredire la professione verso…

Dobbiamo chiedere nuove regole. La tassa Google, la difesa del copyright, una distribuzione più equa delle risorse pubblicitarie. In Italia solo 3 miliardi di euro scarsi su 7 del budget generale dell’advertising arrivano ai media, meno che negli altri Paesi europei.

…al leggere questo paragrafo la mia reazione è stata:

Non ce la possono fare.

  • Google è un alleato, scomodo magari, ma non è una mucca da mungere, la Spagna tassandolo ha solo ottenuto il prosciugamento delle visite ai siti di notizie quando Google gli ha detto “vaffa! Non paghiamo!”.
  • Il copyright, cari giornalisti, non mi sembra proprio che sappiate usarlo in maniera corretta, sopratutto quando l’huffpo si è fatto carico di mettere in evidenza il caso delle misteriose vignette di autori italiani (in seguito ai fatti di Charlie Hebdo)misteriosamente apparse in una misteriosa e affrettata raccolta. (link di approfondimento ad imperitura memoria)
  • L’advertising ai media: evidentemente nelle facoltà di giornalismo manca una serie di lezioni di economia. Economia di base. Non è che se la casalinga di Voghera ignora la tua bottega triste e sporca, devi protestare se va alla LIDL o all’ESSELUNGA e chiedere di ricevere più soldi come se ti spettassero: non ti spettano di diritto. Per niente. Il budget dell’advertising viene deciso da aziende private, sono soldi privati! E stanno calando perchè le aziende sono in sofferenza (data l’economia) e cercano di investire meno e meglio, invece di spargere soldi su iniziative inutili. E in quanto esperto di marketing e advertising digitale, ti posso tranquillamente confermare che la pubblicità sulle tue testate sono soldi buttati nel cesso. (sopratutto se paragonati all’advertising digitale)

Approfondimento: perchè l’advertising sui media tradizionali non funziona più

Cercherò di essere più lapalissiano possibile, sai mai che lo legga qualche giornalista non informatizzato:

La pubblicità sui media tradizionali (tv e giornali) si basa su un modello vecchio di 80 anni: il cartellone pubblicitario.

Poteva funzionare con i media non interattivi, dove costringevi le persone a subire le interruzioni pubblicitarie, ma con l’avvento dei media interattivi la gente ha cominciato ad esercitare il diritto di scelta.

Inoltre una generazione è quasi morta di vecchiaia (i baby boombers, nati appena dopo la seconda guerra mondiale), alcuni sono ancora nei posti di comando, ma nei numeri non contano più un cazzo. Poi’ c’è la mia generazione, quelli nati negli anni 70-80, noi siamo numerosi ma siamo abbastanza in grado di fare delle scelte autonome, anche se quelli “digitali” come me sono pochi in percentuale. Poi ci sono quelli nati tra gli e 80-90, questa è già una generazione molto “digitale”, abituata ad usare il computer fin dalla tenera età.

E caro giornalista, immagina questo: quelli nati dal 1998 in poi, non hanno mai vissuto in un epoca senza Google. Per quelli, i media tradizionali sono solo una fonte di intrattenimento, non un contenitore di informazioni. 

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>10 milioni, fonte istat

E se una cosa come un giornale (online o offline) non offrono abbastanza interesse, come pretendi che lo considerino questi ragazzi che quest’anno iniziano a votare ?

Robaccia. Meglio Youtube. E le aziende investono dove c’e’ l’attenzione delle persone.

Ancora un paio di punti…

Nel prossimo piano industriale devono essere coinvolti i lavoratori e si devono concentrare le risorse di sviluppo sull’informazione e non sulle alchimie di una multimedialità che è tutto fuorché informazione. Perché, come sostiene Rupert Murdoch, «le notizie sono ancora la materia prima più preziosa al mondo».

Oddio. Murdoch è un monopolista dell’informazione, la distorce come vuole e usa il suo strapotere per fare quello che gli pare (e le sue esternazioni su twitter sono inquietanti). In termini più comprensibili è come ispirarsi a Rockerduck come modello di comportamento.

“Il giornalista di qualita’ e’ una risorsa” ha detto il nostro prossimo presidente, l’ingegner Maurizio Costa, e in questo gruppo I giornalisti di qualita’ ci sono eccome. E tanti.

 

Maurizio Costa… Io vorrei capire come è possibile che in un “ente” nel 2015, ci possa essere ancora l’elezione per acclamazione come se fossimo un branco di primati e cito l’articolo di adginforma:

Maurizio Costa è il nuovo presidente della Federazione italiana editori. E’ stato eletto ieri per acclamazione, dall’Assemblea generale della federazione.

Lo accetterei per “miss maglietta bagnata di Alassio”, mi sembra invece fuori moda per la federazione italiana editori. Ma magari sono io che vedo le cose in maniera inutilmente ingarbugliata.

Un suggerimento finale

Cara redazione di giornale:

Le pagine web sono “scritte” in linguaggio HTML. L’html comprende i link che portano da una pagina ad un’altra e, guarda un pò, anche da un sito da un altro sito. Tipo quelli che ho inserito in questo post.

E hanno una caratteristica fondamentale: “l’attributo target _blank“.

Questa piccola aggiunta, serve per aprire il link in una “pagina nuova” o in una “tab” nuova se hai un browser moderno.

E quando la persona clicca sul link, la tua pagina rimane aperta e continua a restarlo finché l’utente non decide di chiudere il browser. E quando ha finito di leggere nell’altra pagina, magari torna sulla tua pagina e legge ancora.

E se hai fatto un buon lavoro di “collegamento“, l’utente è contento. E ti comincia a considerare autorevole.

E magari quando deve cercare delle informazioni attuali, complete e autorevoli, viene a cercarli sul tuo sito, invece che su Google.

Ah e non copiare bovinamente i modelli anglosassoni tipo Buzzfeed. Sei ridicolo.  Come se iniziassi a cantare le canzoni di Fedez per darti contegno in  mezzo ai giovani. “Riddiculus”. (cit. da Harry Potter)

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python

Imparare python #1 – Giocando si impara

Quest’anno ho preso la decisione di mettermi seriamente ad imparare il linguaggio di programmazione Python e considerando che compio 44 anni, probabilmente sarà un percorso in salita.

Ci sono vari motivi per cui ho intrapreso questa scelta:

  • Voglio mettermi alla prova per vedere se riesco ancora ad imparare qualcosa
  • Voglio vedere se posso “creare” qualcosa di mio
  • E’ un linguaggio versatile e mi può aiutare in diverse occasioni nel mio lavoro come consulente seo.
  • Ho trovato un libro che si chiama Python for kids (link ad amazon) che propone una introduzione al linguaggio, pensandola in termini ludici.
  • Da grandissimo fan dei “Monty Python” non posso più tirarmi indietro per imparare il linguaggio che è da loro ispirato (almeno nel nome).

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D’altra parte…

Questo è un momento particolare della mia vita, dove ho la possibilità di ritagliarmi del tempo su progetti personali e imparare un linguaggio di programmazione è come acquisire un nuovo super potere.

Python viene utilizzato in tantissimi campi, sopratutto nell’ambito delle startup e migliorarne la conoscenza vorrebbe dire diventare (forse) un referente del marketing migliore e più appetibile.

Il grosso vantaggio del Python è che è pensato per essere conciso e facile da leggere: su questo posso già concordare, avendo analizzato script fatti da altri, li ho quasi sempre compresi anche conoscendo pochissime basi del linguaggio.

Progetti di auto apprendimento

Oltre a seguire gli esempi del libro, cercherò in parallelo di portare avanti dei progetti in autonomia, che ricalcano tipi di giochi che già conosco, in questo modo eviterò di dover fare la pianificazione delle regole di gioco (che è comunque non facile).

1.Pytokyo

Per chi non lo conoscesse “tokyo” è un gioco di dadi “indie”, menzogne e faccia tosta che un bel po’ di anni fa ha conquistato il mondo dei giocatori di ruolo e boardgame.

regole ufficiali: https://it.wikipedia.org/wiki/Tokyo_%28gioco%29

Il mio obiettivo iniziale è quello di programmare il “motore” che

  • Tira i dadi
  • Valuta il tiro di dado sulla tabella dei valori ammessi
  • Conta il numero di penalità ricevute
  • Determina la fine del gioco (penalità >= 10)
  • Dichiara il vincitore

Cercherò di programmare un avversario virtuale, ma in questo stadio non ho in programma di farlo multiplayer.

2.Pymunchin

Ispirato al gioco da tavolo “munchkin”,  Pymunchkin sarà semplicemente una corsa in un dungeon ammazzando mostri e arraffando tesori,  cercando di non farsi spiaccicare dal drago di Altamura o dall’elementale di parmigiano.

Per evitare beghe legali, il progetto non avrà alcun riferimento esplicito, quindi probabilmente ci saranno:

  • Il drago di Altamura (fatto di pane)
  • l’elementale di parmigiano
  • le arancine esplosive
  • …altro che mi dovesse venire mente

Sarà un gioco single player con queste modalità:

  • Gestione semplificata del personaggio
  • Pre-selezione degli eventi (generata ad ogni partita o alla fine del mazzo di carte)
  • Apri porta del dungeon
  • Evento casuale (Mostro/Tesoro/Maledizione)
  • Combattimento o fuga
  • Avanzamento di livello di esperienza
  • Verifica condizione di vittoria
  • E si riparte aprendo una nuova porta.

3. PySimqualcosa

In questo caso cercherò di programmare un piccolo simulatore per testare le capacità di Python nel gestire i dati. Non ho ancora deciso la tipologia, ma sarà probabilmente pieno di numero e grafici, non vi aspettate Simcity perchè non ho le capacità.

Idealmente la struttura di gioco dovrebbe essere iterata attraverso questi passaggi:

  • Definizione condizione iniziale (potrebbe essere un personaggio, una città, un pianeta, una guerriera sailor)
  • Raccolta e presentazione informazioni numeriche
  • Gestione dell’input del giocatore
  • Fine del “turno”
  • Calcolo dell’evoluzione dei dati
  • Verifica delle condizioni di “game over”
  • E si riparte nuovamente  al punto iniziale.

 

Onward!

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Cose da sapere

Ma è vero che un hacker può usare la wifi di un aereo per dirottarlo?

Non è vero.

Lo dice l’Ansa, ma anche l’ansa prende cantonate.